Archeologica

Dal IV sec. A.C. ai falsi di Annio da Viterbo.

 

Storico Artistica

Dal 1200 al 1700.

 

Artistica Viterbese

Dal 1500 alla fine del 1800.

Home
Giovanni Nanni detto Annio

Annio da Viterbo o Annio da Viterbo (c. 1432 - 13 novembre 1502), o Joannes Annio Viterb (i) ensis, è stato un frate italiano domenicano, studioso e storico, nato Giovanni Nanni (Nenni), in Viterbo.

E' da ascrivere tra i primi eruditi del periodo umanistico che si interessarono degli Etruschi, tanto da farlo considerare il fondatore dell’Etruscologia stessa.
Fu poligrafo di molteplice erudizione, non desueto comunque a falsificare le prove dei documenti dati quali reperiti: fu esperto di teologia, storia antica, epigrafia ed astrologia, si interessò alle profezie ed alla ricostruzione, lettura ed interpretazione delle antiche iscrizioni latine, greche ed etrusche.
Specie in questo campo non esitò ad elaborare delle interpretazioni ardite e spesso senza basi concrete.

La sua attuale fama è oggi legata alla composizione nel 1488 delle Antiquitates, in sedici libri, la maggior parte dei quali riguardanti opere di scrittori antichi, talora falsificate di sana pianta: secondo il religioso, gli Etruschi avrebbero radici semitiche, essendo discendenti diretti di Noé, giunto in Etruria con il nome di Vertumno e fondatore di Viterbo.
Dal secolo XV al XVII il nome di GIOVANNI ANNIO DA VITERBO correva tra gli eruditi e soprattutto teologi, esegeti ed interpreti per vari scritti ed in particolare, oltre i Commentaria Chronologica, anche per un COMMENTARIOLUM IN SEPTEM EXTREMA CAPITA LIBRI APOCALYPSIS in cui procedette all'equazione ANTICRISTO = MAOMETTO che godette di notevole credito ma che nel XVI secolo fu emendata da BENEDETTO PEREIRA

Tra i suoi numerosi scritti di altri stati "De futuris Christianorum triumphis in Turcos et Saracenos"  un commento sull'Apocalisse, dedicato a Sisto IV, e "Tractatus de imperio Turcorum" nel quale Annio sosteneva come Maometto fosse l'Anticristo e che la fine del mondo sarebbe avvenuta quando i cristiani avessero superato gli ebrei e i musulmani, evento che non gli sembrava essere molto distanti.

 

Annio, riteneva che Viterbo  (l’antica Surina) fosse stata la città più importante dell’antica Etruria e attraverso i falsi reperti archeologici ricostruiva, con molta fantasia, le origini della città. “Giovanni Annio” scriveva la Viterbiae Historiae Epitoma e preparava l’edizione delle più importanti Antiquitates, pubblicate, nel 1498,  in Roma dal Silber. Da queste discese il mito di Noè, che sovrapponendosi a quello di Ercole, fu immortalato da Baldassarre Croce sulle pareti della Sala Regia del nuovo Palazzo dei Priori, su progetto dell’anniano D. Bianchi.

Annio, pur non nominando mai il mito di Galiana, tranquillamente asserisce che il sarcofago romano era la tomba del pretore Valerio, come si legge sull’epigrafe e come si deduce dalla scena scolpita; "è notorio" dice sempre Annio "che Valerio usava cacciare il cinghiale con l’aiuto del suo leone domestico". Non potendo distruggere l’epitaffio di Galiana, Annio avrà aggiunto  la seconda lapide, essendo implicito che l’avello racchiudeva da tempo la salma della nobildonna viterbese, ma che, grazie agli antichi testi da lui scoperti, era più che dimostrato che per molti secoli, prima della Galiana, il sarcofago era stato la legittima tomba del pretore Valerio. Un antiquario francese (J. Matal Metellus) dice di aver visto la stessa epigrafe in Roma (circa nel 1555). Ciò significa che era stata recuperata tra le macerie della chiesa (crollo del campanile del 1549) e portata successivamente nella Capitale.

Annio riallacciava così la storia di Valerio, secondo quanto mostrava nel 1487, la pittura di Romano Piacera, rappresentante “Le fatiche di Ercole” nell’attuale Palazzo della Prefettura-Sala Herculea. Come per Annio la scena del sarcofago rappresentava il pretore Valerio a caccia di cinghiali con il valido aiuto del suo leone domestico,  così per i viterbesi la stessa scena non poteva non illustrare il salvataggio di Galiana per opera del fiero leone, assurto subito poi  ad arme e difesa della città. Che la leggenda di Galiana, con il suo contenuto antiromano, avesse maggiore importanza e fondamenta nel popolo (e per popolo si intendeva preminentemente l’agiata borghesia) che non le novelle ed incerte esaltazioni anniane sulle origini di Viterbo, lo prova il fatto che quando fu completata  la sistemazione del  sarcofago e rimesso in pristino l’epitaffio laudativo, non si parlò più del pretore Valerio. Probabilmente i contrasti tra gli anniani e gli avversari, anche in campo nazionale, fecero prendere la decisione di non dipingere sulle pareti della Sala Regia (sede dei fasti viterbesi) né la figura di Valerio né quella di Galiana. Annio era comunque un illustre letterato e un erudito di gran fama della città di Viterbo. Il “Coretini” asserisce di aver visto sulla tomba dello stesso nella chiesa della Minerva in Roma una lapide, ora non più presente, dove si leggeva che il Municipio di Viterbo aveva fatto restaurare la tomba nel 1613, a ricordo del suo noto concittadino.

 

 

 


Gallerie fotografiche

pubblicazione02.jpg

Citta' di Viterbo