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Il termine assegnato a tale classe ceramica in età moderna, deriva dallo spagnolo "bucaroi", che stava ad indicare certi vasi provenienti dall'America Meridionale che, fabbricati con una terracotta colorata, erano molto ammirati in Italia nello stesso periodo in cui si avviavano gli scavi e le scoperte archeologiche nelle necropoli etrusche. Il bucchero tipica ceramica etrusca prodotta tra la seconda metà del VII e il V secolo a. C., rappresenta, secondo alcuni studiosi, il naturale perfezionamento dei vasi d'impasto nero lucido a stecca. La caratteristica colorazione nera dei buccheri, evidente tanto in fattura quanto nelle superfici esterne, dipende dal processo chimico di "riduzione" in base al quale , usando forni ermeticamente chiusi e fiamma fumosa all'interno per il combustibile a base carboniosa l'ossido ferrico dell'argilla che è rosso, si trasforma in ossido ferroso, che è di colore nero. Inizialmente gli oggetti di bucchero venivano realizzati con argilla depurata in forme estremamente sottili, lavorati al tornio e lucidati in superficie per imitare, nelle forme e nel colore scuro e lucido, il vasellame di bronzo, scarsamente accessibile per gli alti costi di produzione e lavorazione della lega di rame e stagno. Dalla metà del VI secolo a.C. e fino ai primi decenni del V. secolo a.C. venne scomparendo la tendenza ad imitare le sottili produzioni metalliche a favore di un gusto sempre crescente per il vasellame particolarmente composito e barocco, detto "bucchero pesante". Le forme di bucchero più diffuse sono le stoviglie da mensa kylikes, skiphoi, calici, oinochai, olpai, kyathoi, kantharoi... Inizialmente prodotti nelle città dell'Etruria meridionale e costiera, come Cerveteri, Tarquinia, Veio, i buccheri più tardi sembravano prevalentemente usciti dalle fabbriche dell'Etruria settentrionale e interna Chiusi, Orvieto e Vulci.
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