IL CANTIERE DELLA SALA REGIA

Il principale responsabile della decorazione parietale della Sala Regia è riconducibile nel nome di Baldassarre Croce documentato a Viterbo tra il marzo del 1588 e il gennaio del 1592, quando cioè il Consiglio di Viterbo decise di rifare ex novo il pavimento e il soffitto.
L'opera eseguita sotto stretta sorveglianza di Domenico Bianchi, autore del vasto programma iconografico, venne compiuta nel giro di quattro anni dal pittore emiliano.
Il Croce, che viene ricordato dagli specialisti principalmente per la decorazione delle pareti della chiesa di Santa Susanna a Roma (eseguita durante il pontificato di Sisto V Peretti) nel cantiere viterbese emula principalmente le grandi composizioni del tardo Cinquecento: sono stati rintracciati dei parallelismi di condotta tra le due figure che escono dalla porta dipinte sulle pareti della Sala Regia con i prototipi dipinti da Taddeo Zuccari nel limitrofo cantiere farnesiano di Caprarola.
In effetti il prototipo caprolatto, come anche quello di Villa d'Este a Tivoli o la Palazzina Gambara a Bagnaia, rimangono un punto fermo a cui fecero riferimento non solo tutta quella generazione di pittori che gravitarono nell'orbita provinciale, ma furono senz'altro un riferimento importante anche per tutti i pittori attivi tra la città Eterna, le Marche, l'Umbria e parte della Toscana.
L'uso delle colonne che acutizzano il colpo d'occhio del trompe l'oeil, come anche i putti reggi medaglione richiamano dei modelli pittorici noti al grande pubblico ( la Loggia ad esempio dipinta sotto la direzione di Raffaellin da Reggio nel biennio 1576-8 a Bagnaia è un unico tramite tipologicamente accostabile), le figure militari nelle nicchie e le Virtù dipinte sotto i putti reggi stemma sono ad esempio tratte nel loro repertorio generale dall'opera realizzata da Taddeo Zuccari nel Palazzo Farnese di Roma.
Simile referente trovano anche le carte geografiche dipinte sulle pareti desunte da alcuni prototipi eseguiti da Lorenzo Sabbatini, Cherubino Alberti e Giovanni Antonio da Varese in molti ambienti del Palazzi Apostolici Vaticani (Sala Bologna, terzo piano delle logge di Gregorio XIII) durante il pontificato di papa Boncompagni.
Citazioni si avvertono anche nel taglio dei busti - ritratto evidentemente mutuati da Raffaello; simile sorte spetta anche al ritratto di Pietro Barca (affresco degno di attenzione) che risulta essere una citazione puntuale dell'astante della tomba di Giuliano de Medici eseguita dal Buonarroti nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo.
Il soffitto cassettonato dipinto dalla coppia di specialisti di paesaggio (Nucci e Ligustri) risale al 1592 quando i due stipularono un contratto nel quale dovevano portare a compimento il ciclo entro cinque mesi dall'inizio dei lavori. I modelli a cui si ispirarono i pittori locali risalgono alla grande tradizione veneta del paesaggio, e sono evidentemente il risultato di una rielaborazione prodotta da contaminazioni di figure tra le più rappresentative nel settore quali Girolamo Muziano (attivo in Villa d'Este a Tivoli), Tempesta e Matthijs Brill (attivi a Bagnaia) e suo fratello Paolo (Sala del Concistoro, Sala Clementina ai Palazzi Apostolici Vaticani).
In pratica il Ligustri noto per i paesaggi eseguiti a San Vitale a Roma, qui mescola la tipologia dei paesaggi italiani alla Tempesta (ampi spazi ponderati e una chiara visione paesistica) con la koiné linguistica della pittura fiamminga, dettata dal capostipite Matthijs che studiò approfonditamente a Bagnaia (Palazzina Gambara).
E' infatti emerso, non a caso, che il Ligustri nacque a Bagnaia e non a Viterbo come finora si credeva, quindi il ciclo di Bagnaia dipinto dal Brill è stato del tutto formativo per il pittore, il quale dovette attingere non poco dal fiorentino Tempesta e dal fiammingo Matthijs.